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Il Senso del cane

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EDUCAZIONE SIGNIFICA RAPPORTO ARMONICO
Maurizio Romanoni, avvocato, istruttore cinofilo, componente squadra nazionale di Obedience

Quello che si sviluppa tra cane e proprietario è un legame forte, inscindibile, che incide moltissimo nella vita di entrambi. È perciò importante saperlo costruire in maniera sana ed equilibrata, creando le condizioni perché entrambi possano esprimere al meglio le proprie caratteristiche e specificità, ciascuno nel rispetto della caratteristiche dell’altro. Nella costruzione di un rapporto sano, è di fondamentale importanza la capacità di educare correttamente l’animale.

Molto spesso il rapporto con un cucciolo viene paragonato a quello che si ha con un bambino. Anche senza entrare nel merito di questa diffusa opinione, è possibile partire da essa per un paragone molto rilevante. Da anni, ormai, la pedagogia non considera più il bambino come un contenitore vuoto da riempire di nozioni, “a cura” dell’adulto. Non è un “minus” rispetto a quest’ultimo, da correggere e plasmare. Al contrario è un’entità che deve essere rispettata ed aiutata a crescere nel rispetto dei suoi diritti di infante. È ormai assodato che il bambino è dotato, fin da piccolissimo, di una “mostruosa” capacità di apprendimento e di altri pregi che la scienza moderna continua a scoprire e ad evidenziare. Altrettanto si può dire dell’animale da compagnia e del cane in particolare.

Ancora vent’anni fa (e purtroppo in parte l’uso persiste a tutt’oggi, soprattutto nell’Italia centro meridionale) il processo di addestramento iniziava all’anno di età. Non si sa bene il perché, non prima e non dopo tale età era opportuno procedere alla “correzione”. È importante sottolineare questo termine: il concetto era proprio quello di correzione, poiché era scontato che il cane fosse un concentrato di difetti da rimuovere con una sorta di doma.

E’ molto più facile, infatti, “correggere” che non cercare di capire il perché di un certo comportamento al fine di tentare di prevenirlo con una corretta impostazione. Anche nel rapporto tra persone il cercare di comprendere l’altro è sempre faticoso, rispetto all’imporre il proprio modo di essere il più delle volte prevaricante. A maggior ragione con l’animale, per abitudine e cultura definito “ausiliario dell’uomo”, l’imposizione è naturale, quasi fisiologica.

I metodi erano, in maggiore o minor misura, sempre coercitivi (collari a strangolo, bastoni e quant’altro). Era pacifico, infatti, che il cane, per sua natura, fosse disubbidiente, tendesse a scappare, tirasse al guinzaglio, distruggesse la casa. Dunque lo si lasciava chiuso in un serraglio o addirittura legato alla catena e solo i più fortunati potevano razzolare in giardino. In casa manco parlarne: “il cane deve stare fuori”, “in casa soffre (sic!) con tutto quel pelo …”

I proprietari più emancipati che poi, ad un certo punto, decidevano di portarlo a spasso, lo facevano rigorosamente con il guinzaglio “sennò scappa e va sotto una macchina”. In verità il rischio che potesse scappare era probabilità o, addirittura, certezza.

Chiuso tutto il giorno, magari per giorni, solitario – lui discendente dal lupo, animale sociale per eccellenza – e improvvisamente portato a spasso legato. Circondato da un mondo ricchissimo di effluvi, senza la possibilità di esaminarne uno per uno. Magari alla presenza di altri cuccioli con cui giocare o di gattini da inseguire. Solo un animale malato o terrorizzato non fuggirebbe, dopo aver trainato al guinzaglio un disperato padrone per l’intero quartiere.

Questo suggeriscono conoscenza o semplice buon senso, ma agli occhi del comune e stolto osservatore quel cane si manifestava un animale stupido e caparbio che, con tutta evidenza, doveva essere “raddrizzato”.

Si cercava allora un addestratore, a cui affidarlo – di solito per non meno di due, tre mesi – e lo si lasciava, non prima di essere stati raccomandati di non andare mai a trovarlo per non interrompere il ciclo di apprendimento (!) ed aver sborsato un congruo gruzzolo. Il periodo del “collegio” iniziava tra i tormenti della separazione in un piccolo box, lontani dalla famiglia - che, nonostante fosse cieca e sordomuta, rappresentava pur sempre la sua casa - e le lezioni impartite con collari a strangolo.

Veniva, infine, riconsegnato, docile e sottomesso e, in qualche modo, obbediente agli ordini… dell’addestratore però, non già del padrone che, naturalmente, era del tutto incapace di gestire la situazione e si ritrovava al punto di partenza, defraudato di parecchio denaro e, tra le mani, una povera bestia traumatizzata.

Oggi, per fortuna, le cose sono un po’ cambiate, ancorché la superficialità e la semplificazione siano ancora ampiamente diffuse.

Quello che è importante sottolineare che alla base di una corretta educazione del proprio cane ci deve essere un solidissimo rapporto empatico, che si costruisce con il tempo, l’affetto e la comprensione dei diversi ruoli e necessità.

Il cane infatti, per molti aspetti, molti di più di quanti immaginiamo, è ancora lupo e, come lui, con il corpo esprime il suo stato d’animo, il suo umore, le sue paure. Ha un solo capo branco, che non teme anzi, al contrario, venera, perché rappresenta l’ordine costituito che, nelle dure condizioni ambientali della taiga e della tundra, coincide con la sopravvivenza.

Un lupo non fugge dal capobranco perché non avrebbe senso, così come non lo ha quando il nostro cane fugge da noi.

Deve, tuttavia, pur sopravvivere e per farlo non può che starci lontano, perché noi siamo tutt’altro che un capo branco. Nella maggior parte dei casi siamo incoerenti, contraddittori, incapaci di leggere il linguaggio del corpo e di giocare con lui che, malgrado tutto, ci ama.


E’ dunque, la sua, una situazione schizofrenica. Vorrebbe emotivamente starci vicino, ma, a causa della nostra incapacità di relazione, è costretto a sottrarsi per poter continuare a mostrare la sua “caninità “, la sua essenza di cane.

Che fare allora? Questi sono i punti di base che bisogna tenere presente quando si inizia un rapporto con un cane. Possono sicuramente variare a seconda della razza e del soggetto, ma - in linea di massima – sono sempre di soddisfacente risultato.

A)Noi siamo altissimi, lui un piccolo batuffolo caldo. Quando portiamo a casa un cucciolo, sfruttiamo il suo bisogno di calore materno e l’abitudine a stare con fratellini e sorelline, sostituendoci a loro. Non rimaniamo diritti in piedi – siamo dei giganti – ma stiamo seduti o sdraiati vicino a lui. Percepiamo il suo odore e lasciamo che “impari” il nostro. Infiliamo le mani nel pelo, lasciamoci pervadere dal morbido contatto. Questo sarà il primo e fondamentale passo. Cominceremo a non essere degli alieni, ma degli animali come lui. Il rapporto empatico ha avuto il suo inizio.


B
)Evitiamo per quanto possibile il traffico cittadino. Camminiamo nei parchi o nei campi o comunque in zone il meno possibile frequentate e … fuggiamo, fuggiamo, fuggiamo sempre. Non appena si distrae nascondiamoci, quando rallenta corriamo via. Ogni situazione è buona per invertire rotta, correre e nasconderci. Sarà lui stesso a rendersi conto che deve occuparsi di noi, cercarci ed assicurarsi che siamo sempre lì al suo fianco. Saremo ai suoi occhi delle figure evanescenti che ad una sua minima distrazione si dissolvono. L’affezione nei nostri confronti salirà in modo esponenziale tanto più se, non appena, ansioso, ci avrà ritrovati lo riempiremo di coccole, di bocconi, di giochi entusiasmanti


C
)Impariamo a giocare. Importantissimo. Fondamentale. Due cuccioli, pur non conoscendosi, basta si guardino per capirsi ed iniziare a giocare. Da loro e solo da loro dobbiamo imparare. Colui che invita si abbassa, noi invece siamo diritti, rigidi, in piedi. Lui scodinzola, muove le orecchie, mostra a volte i denti in modo ludico, noi siamo seri, spesso preoccupati, ci vergogniamo a ridere e a dirgli frasi scherzose, qualcuno potrebbe vederci e giudicarci pazzi. Lui ruota su se stesso e comincia a fuggire, l’altro dopo qualche perplessità lo insegue in un turbinio frenetico, noi siamo in ritardo, dobbiamo rientrare per il pranzo o la cena o andare al lavoro, magari abbiamo chiacchierato con un altro proprietario di cane e ora ci siamo accorti di essere in ritardo e pretendiamo che lui condivida la nostra ansia. Perché mai dovrebbe preferire noi all’amico? Lui non è un immaturo, né stupido, né, tanto meno, “disubbidiente”. Siamo noi ad essere del tutto privi di perspicacia.



La strada che abbiamo iniziato a percorrere per essere importanti agli occhi del nostro cane è lunghissima e forse non ha una fine. La sua vita di relazione si arricchisce pian piano e i punti di interesse aumenteranno. Sarà prima una foglia che cade o una lucertola ad attrarre la sua attenzione. Crescendo si sposterà su altri cani, gatti, selvaggina ed, infine, il vertice: la femmina in estro. Noi, in modo dinamico, fantasioso e divertente dovremo adeguarci e rendere sempre più intrigante il gioco al fine di essere sempre e comunque il suo punto di riferimento, il suo vero e principale interesse. A spasso con lui le nostre tasche conterranno sempre qualche boccone, una pallina, una corda per fare il tira- molla o qualsiasi diavoleria possa farlo divertire.

A questo punto potremo anche camminare nel traffico cittadino: lui comunque sarà vicino a noi e gli basterà sentire pronunciare il suo nome per precipitarsi verso il dispensatore di gioie e gratificazioni. Non sarà un problema farci seguire al ristorante o in albergo: non avrà il minimo interesse ad infastidire gli altri clienti o a rompere oggetti, perché saremo lì con lui e saremo noi al centro della sua attenzione.

Noteremo che le cose dispensate, che in gergo vengono definiti “rinforzi”, coincideranno con noi, con il nostro corpo, la nostra voce, il nostro odore. Noi saremo la cosa più importante. Il vero rinforzo.

I comandi noi li chiameremo segnali perché la nostra volontà coinciderà con la sua e non sarà necessaria alcuna imposizione.

Ecco dunque l’epilogo, il senso, il significato del rapporto: ottenere la fusione con il proprio cane, la totale armonia all’interno del binomio.

I sacrifici per noi che aderiamo a questa “filosofia”, non saranno considerati tali perché la gratificazione non sarà solo finale, cioè valutata con riferimento al cane adulto, ma ci accompagnerà in ogni momento della sua crescita che, com’è ovvio, sarà anche o forse soprattutto nostra.


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